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IL CASO KESSLER E LA FINESTRA DI OVERTON SULL’EUTANASIA

IL CASO KESSLER E LA FINESTRA DI OVERTON SULL’EUTANASIA

IL CASO KESSLER E LA FINESTRA DI OVERTON SULL’EUTANASIA 

Il dibattito sull’eutanasia era già in una fase avanzata quando si è spalancata la finestra di OVERTON. 

Si è passati da una prima fase in cui si chiedeva di sospendere le cure in pazienti in condizioni vegetative irreversibili (contro l’accanimento terapeutico), vedi caso di Welby e di Eluana Englaro,  a una seconda fase di cui il testimonial fu DJ Fabo , rimasto tetraplegico a seguito di un incidente, accompagnato dal radicale Marco Cappato in Svizzera per praticare il suicidio assistito. 

Da una fase, quindi, in cui l’eutanasia era un’ipotesi dibattuta, ma solo in quanto vista come soluzione pietosa per casi disperati, siamo passati al caso KESSLER, in cui le due famose  soubrette degli anni 60 scelgono di togliersi la vita insieme sortendo l’effetto del coup de theatre per un’uscita di scena in grande stile e pagando profumatamente questo servizio.

Come hanno vissuto sotto le luci della ribalta buona parte della loro vita, hanno deciso da vere estete di porvi fine col botto, ossia con un suicidio assistito di coppia. 

Da caso residuale pietoso, a privilegio costoso per veri VIP, lo sdoganamento dell’eutanasia è diventata un evidente caso di finestra di Overton, che punta a farci accettare la morte assistita come soluzione dignitosa ad una vita che magari proprio per scelte politiche criminali (di cui nemmeno ci accorgiamo più) è diventata insostenibile.

Guardiamo al caso del canadese aiuto medico alla morte (acronimo MAID), che viene suggerito in casi di difficoltà quotidiane anche banali, ma che può essere anche richiesto dagli interessati per ragioni di povertà o qualsiasi altro motivo. 

Se consideriamo che in Italia ci sono quasi 6 milioni di cittadini in condizioni di povertà assoluta e più che altrettanti che non arrivano a fine mese, che il lavoro è diventato uno strumento di schiavitù anziché un mezzo di emancipazione e di riscatto, che le tasse e la burocrazia schiacciante impediscono la realizzazione di qualsiasi obiettivo imprenditoriale o professionale e c’è solo posto per lavori dipendenti precari, sottopagati, in condizioni di welfare sempre più aleatorie (assistenza sanitaria pubblica pietosa, istruzione resa sempre più scadente, ecc.), pensioni in età sempre più avanzata e inconsistenti, si preparano i presupposti per suggerire sempre su più larga scala un’uscita di scena tutto sommato meno indecorosa di una vita di malattia e di disagio sociale, di umiliazione e dipendenza da aiuti che non arrivano o che è sempre più difficile ottenere. 

Insomma, la strada è già tracciata, i media complici in ogni edizione dei telegiornali ci propongono il necrologio del giorno, tutti vip che escono di scena con un servizio che trasuda ipocrita propaganda, ma loro, le gemelle hanno superato tutti: hanno occupato la prima pagina di tutti i quotidiani e forse è stata proprio questa prospettiva a convincerle all’insano gesto. Non mi stupirei che qualcuno glielo avesse finanche suggerito.

Eh sì, perché una volta così veniva definito il suicidio, oggi invece lo si definisce “bella morte” e lo si saluta con tanti applausi, con commozione ed ammirazione, e iniziano a diffondersi pericolosamente i pensieri di emulazione.

Proprio ieri mi è capitato di salvare per un pelo il mio cagnolino dall’essere travolto dall’improvviso accasciamento di un signore che deambulava in modo sempre più scoordinato ed incerto fino alla prevedibile caduta. L’ho aiutato a rialzarsi, gli ho offerto il braccio e l’ho accompagnato fino alla sua auto. Lui mi ha confessato di essere un neurologo e di essersi auto diagnosticato un disturbo dovuto ad un trauma cranico. Mi ha detto che avrebbe voluto seguire ancora i suoi pazienti e che era dispiaciuto all’idea di doverli lasciare, ma evidentemente ormai la cosa gli sembrava inevitabile. Io ho cercato di minimizzare la portata delle conseguenze sul lavoro, invitandolo a pensare prima alla sua salute. Non sembrava proprio convinto che valesse la pena. Al che gli ho detto: mica vorrà fare come le gemelle Kessler. E lui mi ha risposto che era un privilegio scegliere quando morire… ci stava pensando?

L’effetto del lavaggio del cervello è ormai un fatto certo, basta guardare all’ammirazione con cui è stato salutato da molti l’insano gesto delle gemelle Kessler.  

Di fronte alla perdita di qualsiasi prospettiva escatologica, alla perdita della prospettiva di cure umane e di decorosa qualità, alla mancanza di affetti familiari, alla pubblicità di una bella morte contrapposta ad una brutta e inutile vecchiaia e malattia la possibilità di scegliere la bella morte diventa addirittura un privilegio e quindi siamo ad un passo dal rovesciamento del paradigma come teorizzato da Overton.

Diciamo a questo punto che la rana è quasi bollita, per citare Chomsky.